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Il senso di Hitler, “Springtime for Hitler”

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Il senso di Hitler

Il senso di Hitler è il documentario realizzato da Petra Epperlein e Michael Tucker , e basato sull’omonimo libro di saggistica del 1978 del giornalista tedesco Raimund Pretzel, che lo ha scritto con lo pseudonimo di Sebastian Haffner pubblicato nel 1978. Partendo dall’analisi del libro i due autori si chiedono “Perché Adolf Hitler , ancora?”.

Se si pensa alle pubblicazioni, ma soprattutto all’ormai sterminato elenco di documentari presenti ora, si potrebbe quasi parlare di un Hitler Channel parafrasando uno dei canali che maggiormente beneficia in audience.  Il paradosso che si è sviluppato con Internet fa porre ai due autori domande scottanti sulla fascino del male, e siamo in grado di far comprendere ed educare le nuove generazioni sull’impatto devastante della Germania Nazista e del suo Adolf.

Il documentario con l’analogia dei capitoli del libro è un vero e proprio tour sui luoghi del nazismo e della vita di Adolf Hitler e analizza o almeno tenta di fare comprendere perché ormai perfino le star su TikTok usano Hitler per attirare i loro spettatori. I movimenti di destra di tutto il mondo ancora  usano tutta l’iconografia, basti citare il recente funerale con tanta di bandiera nazista svoltosi pochi giorni fa nella capitale. Oltremodo il documentario uscirà il 27 gennaio giornata della memoria, ma sinceramente non siamo convinti che siamo un degno omaggio alle vittime, ma crediamo che creerà non poca polemica a riguardo.

 

Il motivo è semplice i due autori cercano a modo loro con equilibrio di comprendere un fenomeno che vanta ormai una sterminata bibliografia, di sicuro quello che ne emerge è che Hitler con tutti i suoi difetti e le sue paranoie era tutt’altro che un pazzo maniaco folle, e forse questa è già una conclusione inquietante.

Nel film si cerca di comprendere perché esistano tante leggende attorno ad Hitler, perchè nei film di Hollywood e non solo la sua fine non venga mai rappresentata mai in modo crudo ma sempre dietro una porta, perché il film di Leni Riefensthal del 1935 “Il trionfo della volontà” venga ancora imitato nel cinema (e qui ci si dimentica che in realtà nazista a parte la Riefensthal è stata una regista a dir poco geniale e innovativa, (alla faccia di quelli che ancora chiedono quote rosa nel cinema), ed è stato solo un caso che si sia ritrovata nella Germania nazista, se fosse nata in America avremmo avuto una regista geniale americana.

Il senso di Hitler o il significato di Hitler come si potrebbe banalmente tradurre compie un vero proprio tour in ben nove paesi per raccontare e cercare di spiegare il “senso”, con interviste al  romanziere Martin Amis  che dice che Hitler “resiste alla comprensione”; Lo storico e professore israeliano Yehuda Bauer si fa beffe del tentativo di farlo (“Non puoi mettere Hitler sul divano di uno psicologo”); lo psichiatra Dr. Peter Theiss-Abendroth elenca con cautela tutte le diagnosi che numerose persone hanno, senza prove, collegate a Hitler come spiegazioni per le sue azioni. Lo storico e professore Saul Friedlander, i cui genitori furono uccisi ad Auschwitz, parla della qualità performativa di Hitler e avverte della “propaganda… riconfezionata come realtà“.  Il Romanziere Francine Prosedice dice de  “Il trionfo della Volontà“, “Ti fa arricciare la carne“, e il curatore del museo del Berlin Story Bunker Enno Lenze, non riesce a nascondere lo smarrimento nella sua voce quando dice che molti visitatori americani gli chiedono durante il tour: “Ma sei sicuro che sia morto?”

E in effetti se pensiamo al lunghissima docu-fiction  sulla Caccia a Hitler (Hunting Hitler) trasmessa prima sulle piattaforme e poi in chiaro sui canali generalisti dove autorevoli ricercatori cercano di convincere lo spettatore che Hitler sia fuggito da Berlino nel 1945 e sia sia rifugiato in Sud America, quando  Gertraud “Traudl” Junge una delle ultime segretarie di Hitler presente nel bunker il giorno della morte lo ha testimoniato e per chi vuole vedere le sue ultime parole basta che guardi il  finale del film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler  di  Oliver Hirschbiegel.

Ma oltre ai citati esperti il documentario cerca anche l’inclusione con i vari negazionisti dell’Olocausto, inserendo anche degli inutili confronti con l’ex Presidente Donald J.Trump, paragonato come un novello Hitler. Tra le star dei social media del negazionismo troviamo personalità come PewDiePie allo storico inglese caduto in disgrazia David Irving, grazie alla sua tenace antagonista la professoressa Deborah Lipstadt, storica dell’Olocausto, e immortalata nella pellicola La verità negata del 2016 che ricostruisce la causa  per diffamazione dove in tribunale venne portata la verità sull’Olocausto e cosa era realmente avvenuto, dimostrando che Irving aveva falsificato dei dati per distorcere la verità. Eppure nel documentario troviamo Irving in tour con dei suoi “turisti” che ripreso fuori dal campo di Treblinka dice ridendo: “Gli ebrei … non amano nessun tipo di lavoro manuale. A loro piace solo scrivere ricevute“.

I realizzatori cercano a loro modo  guidandoci su luoghi di formazione di Hitler in Austria e Germania, illustrandoci  con l’aiuto dei filmati d’archivio sui discorsi e raduni di Hitler mettendoli a paragone con altre manifestazioni di massa come una vittoria nella Coppa nel Mondo in Francia o una manifestazione di estrema destra in Polonia. Ci viene illustrato come a livello tecnologico un microfono di nuova concezione all’epoca abbia notevolmente aiutato il dittatore nell’efficacia dei suoi discorsi alle masse. Ma in definitiva anche il confronto con l’audio dei discorsi di Trump risulta debole. Si cerca il risultato, ma alla fine lo spettatore resterà più affascinato che spaventato dal  Culto di Hitler.  Come dice il cacciatore di nazisti Serge Klarsfeld, “La storia non ha una direzione precisa, e forse sperare che tutti prendano le stesse lezioni dal passato è una illusione“. Ma Il senso di Hitler alla fine del suo interessante percorso  non concilia mai del tutto la sua preoccupazione centrale, si continua a parlare di Hitler si ricerca un compromesso, ma alla fine il progetto iniziale dell’opera sembra quasi l’ennesimo successo pubblicitario per un Hitler che rischia di perpetuarsi in modo pervasivo grazie  al continuo sviluppo dei social e ci ricorda con ironia il geniale film di Mel Brooks The Producers (Per favore non toccate le vecchiette -1967) con il suo musical Springtime for Hitler, dove con una satira spietata colpisce il dittatore al pari di quello che fece in modo insuperabile Charlie Chaplin ne il Grande Dittatore nel 1940.

Ma alla fine del tour tra il luoghi dell’orrore nazista o dove Hitler ha vissuto la sua giovinezza o dove ha diretto le devastanti invasioni, ci risuona la frase della sopravvissuta all’Olocausto la Senatrice Liliana Segre :“Temo di vivere  abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite”, nel documentario Lei non c’è ma forse andrebbe inserita nella versione italiana.

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